L’outdoor contemporaneo e il paradigma della domus mediterranea

Le circostanze di emergenza hanno reciso repentinamente i contatti tra gli individui nella dimensione pubblica dello spazio, costringendo a un vissuto recluso dentro la scatola domestica. Le residenze, unità minime di questo confinamento, hanno trovato avamposti di resistenza a queste restrizioni proprio nei giardini privati, nei balconi come negli attici. Grazie a questi spazi all’aperto infatti è stato garantito l’affaccio sul mondo reale in netta contrapposizione a tutto quanto di virtuale i black mirror hanno filtrato dal web, talvolta edulcorando la realtà. Chi ha goduto di questi spazi all’aperto, nel perimetro della propria dimora, ha mitigato la sete di evasione assicurandosi un contatto più diretto con il mondo esterno, infrangendo la monotonia del quotidiano sospesa tra le mura domestiche.

Mai come in questi frangenti l’outdoor, diventando teatro di numerosi flash mob, ha vestito i panni di nodo nella rete di connessione (a maglia dilata) tra i membri della comunità, dove la partecipazione a queste manifestazioni, in passato riversata tra piazze e strade pubbliche, si è spostata sui balconi o sulle terrazze.

Al di là delle iniziative che hanno contribuito a mantenere coeso il senso di comunità del paese l’outdoor domestico sembra aver acquisito un valore non più semplicemente accessorio, bensì imprescindibile a garantire quei requisiti di comfort e di qualità della casa anche in frangenti come quello di una emergenza sanitaria. L’intero tema dell’abitare in questo periodo è interessato da un animato dibattito sulle sue opportune evoluzioni, e anche gli spazi all’aperto della residenza rappresentano degli ambiti da recuperare, sempre più oggetto di impieghi nuovi che fino a poco tempo fa trovavano posto in altri contesti non strettamente domestici.

Nell’outdoor contemporaneo, in particolare, attrezzature quali pergole o sistemi di protezione da vento e sole – già largamente impiegate nei comuni restyling di questi spazi – sono giunti a evolversi verso inediti caratteri di versatilità e flessibilità dei layout. I sistemi tecnici di schermatura, contribuendo a generare comfort climatico senza fare ricorso a dispendiosi sistemi di condizionamento, mettono in atto un processo di risparmio energetico, assumendo pressoché la consistenza di una stanza in più nella proprietà dell’immobile, col valore aggiunto di essere a contatto diretto con la natura. Si va rafforzando anche l’integrazione tra questi sistemi e gli impianti sia luminosi che audio, destinati ad arricchire o migliorare l’esperienza dell’outdoor, potenzialmente ulteriormente implementabili facendo ricorso a sistemi di domotica per il controllo delle funzioni. Dall’altro lato, a fronte di un trend che inquadra la casa come un’ambiente sempre più smart e digitale, sembra essere la presenza della natura e l’introduzione in questi spazi di consistenti superfici “verdi” a segnare i nuovi connotati dell’outdoor post pandemia.

Pertanto tre temi, su tutti, si pongono come caratterizzanti l’outdoor contemporaneo:

– un’evoluzione in chiave tecnologica dei sistemi di arredi specifici, con soluzioni d’impiego sempre più ampie e flessibili;

– una propensione ad immaginare questi spazi come bene comune alla stregua di strade e piazze;

– l’implementazione di quote di verde pensile su terrazze e balconi, come conseguenza di una presa di coscienza verso l’innegabile valore che può apportare la presenza vegetale negli spazi privati della residenza, alla stregua di quelli pubblici della città.

In riferimento a questo ultimo tema, ampliando il discorso a una chiave di lettura urbana, si potrebbe affermare che dalla “quota zero” della città processi di forestazione virtuosi dovrebbero coinvolgere anche le quote superiori dei tetti o dai layer intermedi degli edifici e del costruito, di cui ad oggi il Bosco Verticale di Milano sembra essere un illuminante manifesto.

Pertanto i balconi e i tetti hanno potenzialmente la capacità di porsi come tante unità minime di “estensione del paesaggio urbano”. Su di essi sarebbe interessante lavorare mettendoli in relazione tra loro e con chi le abita, come accade nei tetti del centro storico di Genova. Qui l’originale rete di passaggi aerei, passerelle pubbliche o private, mette in contatto quote diverse di un agglomerato urbano in pendenza, che si è dovuto sviluppare in poco spazio e abbarbicandosi in modi anomali.

Più in generale esistono concreti presupposti per considerare l’outdoor contemporaneo un luogo di frontiera e di incontro tra una dimensione privata di spazio dell’abitare ed il mondo aperto e universale della natura. Una sintesi tra due cosmi che storicamente ha trovato i suoi più raffinati paradigmi nella domus mediterranea, e nella casa araba, i cui archetipi sono segnati dalla presenza di uno spazio vuoto al centro dall’abitazione, il cosiddetto Patio, dove la natura attraverso pochi e selezionati elementi come la luce e la presenza di piantumazioni o specchi d’acqua, mette in scena la sua complessità integrandosi con la cornice della dimora. Il patio seppur spazio minuto e confinato diventa quindi una metafora comprensiva del fascino più ampio della natura nella sua interezza. Del resto è ciò che Giacomo Leopardi chiamava nei suoi Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura la “veduta ristretta e confinata in certi mondi”, ossia il desiderio dell’infinito, laddove gli organi della vista, non percependo tutto quanto desiderato, innescano la propensione all’immaginazione.

Una nuova interpretazione della casa, a nostro avviso, non può prescindere da questi paradigmi di perfetta integrazione che la cultura mediterranea ci ha lasciato, con l’auspicio – sia ben chiaro – che anche la città e i suoi spazi pubblici tornino quanto prima ad essere teatro di aggregazione e di relazione tra gli individui.

 

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